Ecco, per capirci. Nella tua mente, questi tizi, i prosivendoli, c’hanno tutti il tono affabulante del porchettaro di Gadda. Il sorriso untuoso e accomodante di un Giorgio Mastrota. L’arte suasoria di uno Chef Tony, quello che alla tele cerca di piazzarti i coltelli di terza generazione.“La porca, la porca! Ciavemo la porchetta signori! La bella porca de l’Ariccia co un bosco de rosmarino in de la panza! Co le patatine de staggione!”
Per carità. Te al Salone del libro di Torino non ci sei mai andato, quindi non puoi sapere. Magari è davvero il simposio di cultura che dicono. L’altra volta però eri in viale Ceccarini. Tra pierre delle discoteche che cercavano di circuirti con l’immancabile frase rituale ragazziaballarequestasera?, e personaggi di mezza età che ai tavolini dei bar s’atteggiavano a Briatori dei poveri discettando di Suv targati Repubblica di San Marino. A un certo punto hai avuto un frontale con un tuo amico. Uè, come va la vita? Da quanto non ci si vedeva! Lì, circondati dall’opulenza delle boutique monomarca, avete iniziato a discutere di libri. Così, su due piedi. L’hai letto quello? L’hai letto quell’altro? E alla fine si è rimasti lì a chiacchierare di Borges e Pynchon tipo per delle ore. Salone del libro, ‘sti cazzi. Il vero evento letterario è stato lì, in viale Ceccarini, dove due lettori accaniti e affamati si sono messi a parlare di quello che gli sta più a cuore in tutto il mondo. Rivendicando il loro diritto a leggere quel cavolo che gli pare. Alla faccia di quelli che a Torino studiano il modo di rifilarti il prossimo romanzo come se fosse un fustino di detersivo.