martedì 22 maggio 2012

Salone del libro di Torino: una sagra della porchetta

A Torino c’è stato il Salone del libro. A te ‘sta parola, “salone”, messa lì, di fianco a “libro”, guarda, non ti è mai andata giù. Per niente. Ti fa pensare, che so, al Motorshow di Bologna o al Salone dell’auto di Francoforte. Quelle robe lì. Non puoi fare a meno di immaginarti qualche direttore editoriale azzimato in giacca e cravatta e sorriso maxillofacciale che alza il telo da sopra il prossimo best seller consegnandolo ai flash dei fotografi, neanche fosse la nuova fiammante berlina di una casa automobilistica tedesca. Signore e signori, questo è quello che leggeremo la prossima estate. Con tanto di standiste dalle gambe chilometriche e minigonna inguinale che si strusciano pruriginose addosso al nuovissimo romanzo e si fanno immortalare dalle fotocamere dei visitatori. Ché visto qual è l’andazzo del mercato editoriale italiano, in mano ad amministratori delegati sempre più propensi a sottintendere la qualità alle logiche del loro business plan, non ci manca poi molto. E allora chiudi gli occhi, e più che un salone del libro, ti sembra di vedere una sagra di paese. Centinaia e centinaia di stand a perdita d’occhio. E i prosivendoli, parafrasando il titolo di un romanzo di Pennac, che si sbracciano e reclamizzano la qualità dei loro prodotti e cercano di imbonire i passanti. Come venditori di porchetta.

“La porca, la porca! Ciavemo la porchetta signori! La bella porca de l’Ariccia co un bosco de rosmarino in de la panza! Co le patatine de staggione!”
Ecco, per capirci. Nella tua mente, questi tizi, i prosivendoli, c’hanno tutti il tono affabulante del porchettaro di Gadda. Il sorriso untuoso e accomodante di un Giorgio Mastrota. L’arte suasoria di uno Chef Tony, quello che alla tele cerca di piazzarti i coltelli di terza generazione.



Per carità. Te al Salone del libro di Torino non ci sei mai andato, quindi non puoi sapere. Magari è davvero il simposio di cultura che dicono. L’altra volta però eri in viale Ceccarini. Tra pierre delle discoteche che cercavano di circuirti con l’immancabile frase rituale ragazziaballarequestasera?, e personaggi di mezza età che ai tavolini dei bar s’atteggiavano a Briatori dei poveri discettando di Suv targati Repubblica di San Marino. A un certo punto hai avuto un frontale con un tuo amico. Uè, come va la vita? Da quanto non ci si vedeva! Lì, circondati dall’opulenza delle boutique monomarca, avete iniziato a discutere di libri. Così, su due piedi. L’hai letto quello? L’hai letto quell’altro? E alla fine si è rimasti lì a chiacchierare di Borges e Pynchon tipo per delle ore. Salone del libro, ‘sti cazzi. Il vero evento letterario è stato lì, in viale Ceccarini, dove due lettori accaniti e affamati si sono messi a parlare di quello che gli sta più a cuore in tutto il mondo. Rivendicando il loro diritto a leggere quel cavolo che gli pare. Alla faccia di quelli che a Torino studiano il modo di rifilarti il prossimo romanzo come se fosse un fustino di detersivo.

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